LUCA GIOMBI
Scenografie & Allestimenti
RE LEAR


Le direttive registiche per la progettazione de Re Lear di William Shakespeare mi imponevano una regola di partenza precisa: la scenografia avrebbe dovuto richiamare il periodo storico in cui l’opera è stata scritta.
Dopo attenta ricerca delle architetture e delle scene teatrali del ‘600 ho proposto la mia idea.
Ho scelto quali oggetti scenici delle casse in legno, da utilizzare come sedute o praticabili e che unite assieme secondo progetto, formano il trono malandato di Re Lear. Lastre e pezzi di metallo imbullonati fra loro riproponevano in chiave moderna la decorazione degli stemmi dell’epoca shakespeariana. La stessa trama è stata poi utilizzata per decorare le altre parti architettoniche della scena.
A destra e a sinistra: foto del modelino della scenografia per Re Lear .
Una grande vasca di terra funge da pavimento; sopra questa, tramite binari, si muovono due grandi carri che richiamano le vecchie strutture e impalcature in legno del tempo. Queste strutture avevano la funzione di dividere lo spazio in parti diverse, favorendo i veloci cambi scena e dando al regista la possibilità di giocare con soluzioni sempre nuove.
Ho deciso di porre particolare attenzione alla scena della tempesta, a mio parere vero nodo della trama, dove la pazzia del re si tramuta in maschera atta a nascondere gli occhi infine coscienti dell’uomo che ritrova se stesso e la realtà.
Questa non è solo la chiave di questa storia, ma di molte altre storie dello stesso autore che si fondano su questa idea centrale dell’interfaccia tra follia e verità, motivo ulteriore per svilupparla in una scenografia che non solo la raccontasse in modo naturalistico ma che le regalasse una cornice di significato.
Ho aggiunto la ruota di un mulino con pale fatiscenti in grado di girare (o incessantemente o seguendo in velocità la climax emozionale del monologo del protagonista, a gusto del regista) sul capo dello sventurato re.
Il movimento delle pale provoca uno spostamento d’aria che alza la polvere della terra, scompiglia le vesti e raggiunge persino il pubblico, rompendo la quarta parete e includendo la platea nella frenesia della scena.
La partecipazione degli spettatori, che in questo punto scivola da passiva ad attiva, ricorda la poetica del doppio folle/vero insito in ognuno di noi.
La scelta degli elementi propri del mulino vuole essere un omaggio all’uomo folle/vero per antonomasia, Don Chisciotte, protagonista immortale dell’immortale opera di Cervantes, in un chiaro riferimento al famoso episodio, emblematico del personaggio, nel quale egli crede di vedere nei mulini dei giganti nemici.
A scelta del regista ho progettato inoltre un fondale dipinto con la stessa trama degli araldi che possa chiudere la scena, o meglio racchiuderla in uno spazio più claustrofobico, costipante.

 


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